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IL GRANDE GATSBY QUANDO I MONDI SI SCINDONO

a cura di Lorenzo Pelosini
 

Molte volte, nell’arco della mia carriera ho affermato che le storie destinate a rimanere nei cuori del pubblico generazione dopo generazione sono le favole. Un’affermazione vera ma incompleta. Quello che ci resta nel sangue per secoli sono le grandi favole e le grandi tragedie. Ogni decade ha i suoi drammi politici e sociali e sta all’arte narrativa commentare e, dove possibile, offrire soluzioni. Tuttavia, alcune storie non riflettono soltanto il proprio decennio di nascita, né solo e soltanto quei conflitti. Esse si espandono ad abbracciare una forma di speranza o di tragedia insita, se non nella condizione umana, quantomeno nella nostra civiltà. È per questo motivo che l’opera di Francis Scott Fitzgerald continua ad essere riadattata e portata al cinema in nuove forme.

Originariamente l’opera era nata per commentare i famosi, famigerati e ruggenti Anni ’20. All’epoca, una società Americana ai suoi massimi storici di ricchezza (prima del grande crollo del ‘29), costruiva quello che era destinato a diventare il più grande paradosso sociale della civiltà occidentale. Man mano che il Paese aumentava il suo benessere economico, l’alta borghesia espandeva la sua ricchezza e la bassa borghesia perdeva man mano la propria. Più la prima diveniva la nuova aristocrazia, più la seconda si approssimava all’antica plebe medioevale. Ovviamente, la questione creò un ovvio dramma economico. Ma la vera tragedia non era quella meramente legata alla finanza, bensì quella connessa alla separazione di due mondi alla deriva. Mentre questa nuova classe sociale di ricchi si elevava al di sopra dei meno abbienti come un Olimpo apparso dal nulla, più crescevano nell’altro lato della società sogni legati allo stile di vita di quelle figure dorate ed evanescenti che se ne andavano in giro nelle prime lucenti macchine argentate. La ricchezza divenne un “altrove” fatato, una terra di magia dove i sogni divenivano realtà, il tempo e la vecchiaia non esistevano e la primavera e l’amore duravano tutto l’anno e tutta la vita.

Il Grande Gatsby tratta dell’amore per quel mondo e la tragedia di questa splendida illusione. Per chi non avesse familiarità con il romanzo, la maggior parte della storia si svolge a Long Island. Nick Carraway, giovane scrittore si trasferisce proprio accanto al mastodontico e misterioso palazzo di Jay Gatsby, un altrettanto misterioso “nuovo ricco” che ospita le feste più sontuose di New York. Presto Nick fa la conoscenza del famoso Gatsby. Mentre la loro amicizia si fa più profonda, Nick distacca il personaggio pubblico dalla persona di Gatsby. Malgrado le apparenze edonistiche e mondane, Gatsby non fa affatto parte della nuova aristocrazia. La sua fortuna gli è giunta per caso, alla morte di un vecchio amico. Disinteressato a ciò che la sua fortuna può comprare, Gatsby ha i suoi occhi puntati sull’altro lato del fiume Hudson, dove la verde luce intermittente di una villa gli rammenta l’esistenza del suo primo e unico amore: Daisy. Separato da lei per via del destino anni prima, Gatsby farà di tutto per ricongiungersi alla sua “principessa.”

Ora, se l’opera di Fitzgerald fosse stata un mero, per quanto meritato, commento politico, il romanzo sarebbe stato probabilmente apprezzato nel breve periodo e dimenticato nel lungo. Ma Il Grande Gatsby è prima di tutto e soprattutto una storia di amore ed ossessione. Gatsby è di fatto la versione tragica della leggenda di Aladino così come ritratta dalla Disney. Gatsby è nato povero e divenuto principe grazie all’inatteso aiuto di un “genio” e adesso impiega la sua nuova identità e tutta la sua energia alla ricerca dell’unica cosa pura che ha provato nella sua vita. Il fiume che inesorabile separa la sua villa da quella di Daisy è uno dei simboli più universali di tutta la letteratura. In quella distanza è condensato ogni tipo di distanza. Quella economico-sociale fra chi è nato ricco e chi aspira a diventarlo, fra chi ama e chi è amato e fra ognuno di noi e l’oggetto del nostro desiderio. Il fiume è la barriera sociale, il limite non superabile senza pagare un caro prezzo: astrologicamente è Saturno che divide e ostacola ogni ambizione, la separazione fra il noto, che non sempre soddisfa, e l’ignoto, che affascina e spaventa come ogni “oltre”. In altre parole, l’universalità della storia deriva dal fatto che Fitzgerald non entra nel dettaglio della situazione sociale dell’epoca con un occhio documentaristico o, se vogliamo, neorealista. I fatti storici sono lasciati sullo sfondo a creare l’affresco su cui la storia è proiettata. Ma quello che Fitzgerald veramente ci racconta è un sentimento, non un fatto. Il sentimento di un eroe tragico. Il dolore del distacco e il potere del desiderio ogniqualvolta esso si presenta in una forma ossessiva. In questo modo, Gatsby eleva se stesso al livello di archetipo, un classico eroe Sagittario, propenso all’eccesso e volto al costante desiderio di lanciarsi verso ciò che lontano e oltre. Gatsby diventa così il simbolo universale del desiderio di colmare lo spazio che si viene a creare ogniqualvolta, nella Storia, una parte del nostro mondo decide di distaccarsi ed elevarsi al di sopra degli altri.

Purtroppo per il protagonista, la morale di Fitzgerald non si ferma alla semplice affermazione che il distacco genera dolore. La tragedia di Gatsby, infatti, non solo parla dell’eterna frustrazione di chi è nato dal lato sbagliato dell’Hudson, ma parla di come la ricerca ossessiva di raggiungere l’altro lato è destinata ad essere frustrata e soprattutto, letale. Gatsby fa di tutto per riavere Daisy e riesce, in un primo momento ad ottenere la sua attenzione. La ragazza è affascinata ed è chiaro dalle sue parole che ricorda con affetto Gatsby e il tempo passato insieme. Ma la sua intima natura finisce per fare luce sulla terrificante natura di chi nasce e cresce in un mondo di agi. Gatsby è la versione tragica dell’eroe Disney che da povero si fa principe per amore, ma ciò non di meno, la purezza di Gatsby non viene mai messa in discussione. Anzi, per certi versi, e se escludiamo il lato ossessivo, egli è davvero il personaggio in una favola. Il problema è che il resto del mondo è ben più crudele e senza cuore di lui. Infatti, Daisy è la versione non tragica, ma bensì senza cuore di una principessa Disney. Inizialmente, la sua connessione con Gatsby riaccende il suo desiderio. Ma alla conclusione del romanzo realizziamo la tragica realtà: Daisy non può amare. Non per cattiveria o sadismo, ma perché non sa cosa significhi. È cresciuta in un mondo dove ogni cosa le è stata donata e offerta senza che lei dovesse compiere il minimo sforzo o affrontare la minima scelta. L’amore per Gatsby si presenta a lei come il più vero dei tesori, una luce di realtà in un mondo di svaghi mondani, ma gli svaghi mondani sono la sola cosa che lei conosce. Ed è così che percepisce l’uomo che la ama. In altre parole, Daisy è una principessa che sa farsi rapire, ma non sa scegliere di schierarsi con qualcuno. La differenza è che Gatsby vuole vivere con Daisy, ma Daisy vuole solo fuggire con Gatsby. Cerca l’avventura, un altro svago nella sua vita di piaceri. Passato quel desiderio, la confusione e la scelta fra due uomini e due mondi la porta alla confusione. È Daisy, infine, a creare la catena di eventi che porterà al primo omicidio della storia e alla conseguente morte di Gatsby.

Volontariamente o involontariamente, tutto ciò che fa parte di quella sezione apparentemente divina di mondo che vive nell’ozio senza scelta finisce per distaccarsi dall’umano. Non nel senso di elevarsi a divino, ma nel senso di distaccarsi da quella nobiltà di cuore che porta a sacrificare tutto ciò che abbiamo per amore di quell’unica cosa che sentiamo essere vera. Ancor peggio, queste persone rischiano di perdere il senso di ciò che è vero e ciò che non lo è. Infatti, a ben vedere, la sorte di Daisy non è poi meno tragica di quella di Gatsby. Quest’ultimo è destinato ad una prematura morte, ma una morte da eroe, affrontata col cuore volto a ciò che ama. Daisy, d’altro canto lascia la storia come una donna vuota, una donna che ha ucciso letteralmente e metaforicamente tutto ciò che ama e che è ora destinata a una vita di falsità. È qui che l’analisi non solo sociale ma esistenziale di Fitzgerald raggiunge il genio. Se il primo paradosso della società occidentale è che la ricchezza generale di un popolo finisce per arricchire una parte e impoverirne un’altra, il secondo paradosso è che entrambi le parti sono comunque destinate alla miseria. Seppur in modo diverso, la separazione crea persone volte alla tragedia. Da un lato perché capaci di vedere soltanto ciò che è vero fino all’ossessione, e dall’altro perché incapaci di vederlo affatto.

Quest’analisi è così archetipica che la storia narrata da Fitzgerald ha senza sforzo attraversato tutte le barriere temporali finora parateglisi davanti, decade dopo decade. Certo, i ruggenti anni ’20 sono stati un periodo emblematico per la divisione di classe e appartengono oggi come oggi ad un’epoca mitica di sfarzo e povertà. Ma è proprio la dimensione mitica di quell’epoca a contribuire a rendere Il Grande Gatsby un’opera senza tempo. Così come il romanzo, gli anni ’20 sono adesso una metafora, una versione fantastica ed enfatizzata, quasi allegorica, di quella divisione di classe che viviamo decennio dopo decennio e giorno dopo giorno nella nostra contemporanea realtà. Per questo l’opera ha raggiunto, giusto quattro anni fa, il quarto adattamento cinematografico. Il primo fu proprio nel 1926, una versione muta andata perduta poco dopo la fine della produzione. Le altre versioni sono state tutte prodotte in decadi differenti e tutte hanno recato un eco del passato così come hanno fornito uno specchio del presente. Ultima ma non per importanza la versione di Baz Luhrman (2013). Su di essa sono state dette cose poco lusinghiere, spesso legate all’eccesso di effetti visivi e alla messa in scena sfarzosa. Di fatto, per quanto il film straripi di problemi, questi sono elementi che riportano la storia alla sua dimensione allegorica, una favola, o appunto una tragedia, ambientata in un mondo e in un tempo fantastico come le migliori favole, un mondo così esplicitamente diviso, che ci permette di vedere meglio le divisioni che dilaniano il nostro.

Nella storia di Gatsby, il tempo assoluto non esiste (tanto che Luhrman utilizza come in precedenza musiche provenienti da ogni epoca), esiste solo il tempo relativo: l’inevitabile presente, un passato perduto e il tentativo frustrato di trasformarlo in un irraggiungibile futuro. Data la sua natura universale e in qualche modo eterna, possiamo solo aspettarci che Il Grande Gatsby torni ancora e ancora come un messia reincarnato, una decade dopo l’altra, per ricordarci di non inseguire quella luce verde e di usare la nostra purezza di cuore per qualcosa di ugualmente puro.





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