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LA RICERCA DELLA FELICITÀ

a cura di Giovanni Pelosini
 

Un recente rapporto dell’organizzazione dell’ONU Sustainable Development Solutions Network ha stabilito che gli italiani sono al 50° posto nella classifica di 156 Stati del pianeta. I più felici del mondo sono i danesi, seguiti da svizzeri, islandesi, norvegesi e finlandesi, ma non si tratta soltanto di welfare scandinavo: a precedere gli italiani sono anche i malesi e gli uzbechi, e in Europa sembra proprio che siamo molto più infelici anche dei tedeschi, dei britannici, dei francesi e perfino degli spagnoli.

In ogni caso non ci sono dubbi che i popoli nordici stiano surclassando quelli mediterranei nel perseguire la felicità.

Ma cosa distanzia gli italiani così tanto dai danesi in questo campo?

Durante un viaggio in Danimarca avevo già avuto modo di osservare lo stile di vita e il benessere evidente di quella felice popolazione, non senza fare un impietoso confronto. Basso indice di criminalità e corruzione, alto tasso di occupazione e di occupazione giovanile, redditi elevati, traffico cittadino pressoché inesistente (sostituito da ottimi servizi di trasporto pubblico e dalle onnipresenti biciclette, se non dalle barche a vela), eccellente servizio pensionistico, scuola e università accessibili e di qualità, sussidi statali ai giovanissimi studenti che possono cominciare a vivere indipendenti dai genitori quando sono ancora minorenni, tasse pagate volentieri in cambio di tutto ciò.

Con questo straordinario, civilissimo ed equamente distribuito welfare nordico, da italiano, non potevo assolutamente competere, e mi limitai a pensare alla fortuna di avere un clima decisamente migliore, e un cibo quotidianamente più sano e gustoso. Malgrado ciò ho seriamente pensato di trasferirmi a Copenaghen, come non pochi altri italiani. Ricordo anche di aver potuto sorridere solo quando gli amici danesi mi presentarono con malcelato orgoglio le opere di un oscuro scultore che era “famoso” (sic) come il “Canova della Danimarca”. Ma questa piccola soddisfazione riguardava in effetti il nostro grande passato nel campo dell’arte e della cultura, che è, appunto, passato.

Ma tutto questo porta a interrogarci sulla reale natura della felicità: in che cosa consiste veramente la “felicità”?
Che cosa è la cosiddetta “qualità della vita” che ci può rendere felici o meno?

Indubbiamente la felicità è la condizione di chi è soddisfatto della propria esistenza, e i parametri che di solito servono a misurare tale soddisfazione sono riferiti al denaro a disposizione, alla libertà di scelta, all’indipendenza, alle relazioni sociali, alla realizzazione personale nel campo lavorativo, al successo. Tutto questo incide poi sulla salute psicofisica e sullo stato di benessere personale percepito.
Però i paradigmi sui quali misuriamo il nostro stato di felicità sono culturali piuttosto che innati: le soddisfazioni che cerchiamo di ottenere nel nostro mondo occidentale e consumistico sono molto spesso relative al nostro attuale stile di vita e non sono state uguali in altri luoghi o in altre epoche. Inoltre sembra ovvio affermare che la felicità non consiste nelle effimere soddisfazioni, né nel possesso di denaro in abbondanza o beni materiali, i quali, anzi, portano spessissimo a cure e preoccupazioni.

Ma soprattutto mi chiedo se sia più realizzata (e quindi più felice) una donna occidentale che vive in un Paese in cui le pari opportunità le hanno concesso di fare un’ambiziosa carriera, di diventare una manager, ricca, famosa e apprezzata, oppure una donna di una delle ultime tribù primitive amazzoniche, che possiede il minimo indispensabile per vivere, e che svolge il proprio semplice e naturale ruolo di madre di numerosi figli nell’unica modalità sociale che conosce.

Eppure sono convinto che la felicità possa essere anche altro.
Si tratta forse soltanto del risultato di un fortunato complesso mix di ormoni? Scrisse più o meno così Ezra Pound (Suggestions on the psychology of pleasure), e, di fatto, è anche questo: così molti materialisti risolvono il problema con la chimica… ma non penso che la questione sia così semplice, né che l’umanità possa stare bene assumendo costantemente la “pillola della felicità”.

Per contro gli spiritualisti invitano a trovare la felicità interiore, e, magari annullando il desiderio come insegnano in Oriente, eliminare la causa prima dell’insoddisfazione e dell’infelicità.

Altri si rifugiano nella felicità delle piccole cose, come propone Trilussa (Acqua e vino, 1927):

“C’è un’ape che se posa
sopr’un botton de rosa:
l’annusa e se ne va…
In fonno, la felicità
è‘na piccola cosa”.

Ricetta antica e non priva di saggezza, che potrà forse un po’ consolare un giovane italiano disoccupato e preoccupato per il proprio futuro. In fondo i suoi coetanei danesi non possono facilmente godere delle celebrate bellezze italiche: sole, mare, clima invidiabile, ottimo cibo, bellezze paesaggistiche, storiche e artistiche, anche retaggi di un passatoprimato intellettuale.

La Primavera generalmente invita a essere felici: non a caso la Giornata Internazionale della Felicità è il 20 marzo, il “sabato del villaggio” dell’ingresso del Sole in Ariete. Aumentano le ore di sole, la natura si risveglia, i fiori sbocciano e spandono profumi, e noi tutti amiamo trascorrere più tempo all’aria aperta.
Certo la prolungata assenza di sole che caratterizza l’inverno scandinavo contribuisce a deprimere gli animi, come dimostra l’elevato numero di suicidi in quelle terre nordiche, ma anche i debiti, la cronica mancanza di lavoro e di prospettive in aree climatiche più fortunate non scherzano. In entrambi i casi servono antidoti gioviani alla saturniana depressione, poiché l’animo umano ha maggiori opportunità discriminative dell’ape di Trilussa, ma anche maggiori esigenze e responsabilità.

L’umanità non ha solo il diritto, ma anche il dovere di essere felice. Per questo dobbiamo impegnarci individualmente e socialmente. George Bernard Shaw parlava della felicità come se fosse un bene di consumo, ponendo l’accento quindi sul dovere di “produrla”, senza pensare solo a “consumarla”. In effetti, la parola “felice” etimologicamente riporta al significato di “fertile”, “nutriente”, “fecondo”, quindi “produttivo” di gioviana abbondanza, ricchezza, benessere e ulteriore felicità da ridistribuire.

È evidente che un obiettivo dell’umanità sia quello di promuovere società in cui ci sia libertà, giustizia, prosperità e benessere per tutti, e che tale benessere si raggiunga con azioni sostenibili dal punto di vista ambientale, in modo che anche le generazioni future possano goderne.È altresì evidente che una società è generalmente felice se riesce a evitare eccessive disuguaglianze nella distribuzione di tale benessere, utilizzando saggiamente l’etica. Il filosofo romano Seneca insegnava (Lettere a Lucilio, 94, 67):

“Non credere che si possa diventare felici procurando l’infelicità altrui”.

Su questo non dovrebbero esserci dubbi, e ogni essere cosciente si impegna per questo scopo, qualunque sia la filosofia che lo guida: che si tratti di un materialista o di uno spiritualista, poco cambia. Ma evidentemente neanche questo è sufficiente perché l’umanità sia felice: manca ancora la “formula applicabile”, la pragmatica modalità, altrimenti sarebbe troppo facile.

Quindi che ognuno cerchi la propria felicità, ben conscio che anch’essa, come ogni cosa al mondo, è relativa. Tutto dipenderà dall’oggetto dell’identificazione.
Se ci si identifica nel proprio corpo fisico, la felicità coinciderà con la salute dello stesso corpo e la soddisfazione dei sensi. Necessariamente sarà una felicità effimera, nella ricerca continua di appagamenti sempre nuovi, e si trasformerà nell’angoscioso ma inevitabile declino del corpo con l’età, in attesa della sua altrettanto inevitabile e sancita fine.

Se ci si identifica nel proprio ruolo nel mondo del lavoro, la felicità sarà quasi sempre una corsa competitiva, piena di successi e di insuccessi, gioie e rimpianti, gratificazioni e fallimenti. Anche questa felicità è destinata al declino e alla fine.

Se ci si identifica con il proprio ruolo sociale o familiare, avremo l’imbarazzo della scelta: sono un padre o sono un figlio? Sono un fratello, ma anche un cognato, un cugino… Sono un toscano, un italiano, un europeo? Sono uno scrittore quando scrivo, un docente quando insegno, un cuoco quando cucino, un autista quando guido, un sognatore quando dormo… Sono quello che mi sento di essere? Chi sono?

In questo pirandelliano enigma si trovano innumerevoli modi diversi di inseguire la felicità, che si frammenta in centomila diversi obiettivi, che, di volta in volta produrranno soddisfazioni e insoddisfazioni in continue e naturali alternanze più o meno fortunate: incostanti e multiple piccole felicità.

Temo che si possa perseguire la completa felicità solo cercando di identificarsi con qualcosa di autenticamente proprio, che non cambi in funzione dell’età, delle condizioni esterne o dei mutevoli eventi nei quali necessariamente siamo coinvolti.
Gli esseri umani non sono fatti solo di materia, né sono puro spirito, e questa condizione è al contempo la loro condanna e la loro più grande opportunità. La chiave dell’enigma risiede nella consapevolezza di tutto questo, e in ciò che difficilmente riusciamo anche solo a definire a causa di un pensiero e di un linguaggio, e quindi di una cultura, inadeguati, ma che potremmo forse chiamare “Coscienza”.
Ecco che la felicità potrebbe forse essere una condizione naturale dell’uomo: difficile a dirsi, e, anche per questo motivo, ancor più arduo a realizzarsi. Usare l’intelletto e sviluppare la conoscenza oltre i confini ordinari, comprendere la nostra autentica natura di esseri senzienti, arrivare ad apprendere che tutto il nostro sapere non ci darà la felicità, ma ci può servire per capirlo.

Il sapere ci può dare le ali per volare verso la felicità? Occorre gettare via gli inutili e complicati giochi della mente, quei labirinti senza via di uscita, con tortuosi vicoli che prima o poi conducono inevitabilmente all’antro del crudele Minotauro. Si esce dal labirinto con trucchi (come fece Teseo) che poi conducono ad altri inganni, se si abbandona la guida. Oppure se ne esce volando in alto, come fece il suo costruttore Dedalo, abbandonando dunque a terra le convinzioni, le credenze, i precetti, i limiti autoimposti dall’ego mentale: il volo, privo di tutti quei pesanti fardelli, sarà già la felicità, purché non si pretenda di arrivare in alcun altro luogo, poiché la durevole e vera felicità non può e non deve dipendere né dallo spazio né dal tempo, né da altre illusioni create dalla mente.

Una possibile mappa per trovare la felicità (e mantenerla) si trova nella chiesa di San Paolo a Baltimora, in un anonimo e illuminante manoscritto del 1692:

“Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta, e ricorda quanta pace può esserci nel Silenzio.
Finché è possibile senza doverti abbassare, sii in buoni rapporti con tutte le persone. Di’ la verità con calma e chiarezza; e ascolta gli altri, anche i noiosi e gli ignoranti; anche loro hanno una storia da raccontare.
Evita le persone volgari ed aggressive; esse opprimono lo spirito. se ti paragoni agli altri, corri il rischio di far crescere in te orgoglio e acredine, perché sempre ci saranno persone più in basso o più in alto di te.
Gioisci dei tuoi risultati come dei tuoi progetti. Conserva l’interesse per il tuo lavoro, per quanto umile; è ciò che realmente possiedi per cambiare le sorti del tempo.
Sii prudente nei tuoi affari, perché il mondo è pieno di tranelli. Ma ciò non acciechi la tua capacità di distinguere la virtù; molte persone lottano per grandi ideali, e dovunque la vita è piena di eroismo.
Sii te stesso. Soprattutto non fingere negli affetti e neppure sii cinico riguardo all’amore; poiché a dispetto di tutte le aridità e disillusioni esso è perenne come l’erba.
Accetta benevolmente gli ammaestramenti che derivano dall’età, lasciando con un sorriso sereno le cose della giovinezza.
Coltiva la forza dello spirito per difenderti contro l’improvvisa sfortuna. Ma non tormentarti con l’immaginazione. Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine.
Al di là di una disciplina morale, sii tranquillo con te stesso. Tu sei un figlio dell’Universo, non meno degli alberi e delle stelle; tu hai diritto a essere qui. E che ti sia chiaro o no, non vi è dubbio che l’Universo ti si stia schiudendo come dovrebbe.
Perciò sii in pace con Dio, comunque tu Lo concepisca, e qualunque siano le tue lotte e le tue aspirazioni, conserva la pace con la tua anima pur nella rumorosa confusione della vita. Con tutti i suoi inganni, i lavori ingrati, e i sogni infranti, è ancora un mondo stupendo.
Cerca di essere felice.”





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