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LA SOLITUDINE DEI NUMERI - NON PRIMI - TRA SELFISTI E NUOVI NARCISISMI

a cura di Elena Cartotto
 

“La presunta chiave per la felicità di tutti, e quindi il fine dichiarato della politica, è l’aumento del Pil (prodotto interno lordo). E il Pil si misura con la quantità di denaro speso da ciascuno”. Così Zygmunt Bauman il teorico della società liquida dei nostri tempi, grande pensatore recentemente scomparso, definisce il modus vivendi attuale determinato, sembrerebbe, da un’unica categoria: il numero.

In effetti pare che questa macumba numerica infesti qualunque cosa. La giornalista Louise France fa notare come la generazione svezzata dalla rete, quella dei millennials, approcci all’altro sesso sempre di più attraverso la mediazione di siti per appuntamenti considerati, dai giovani utenti iscritti, “sicuri” in quanto in grado di garantire un rientro indolore sul mercato per lo shopping sentimentale se i primi incontri vanno male. Le relazioni di qualità diminuiscono, mentre le connessioni aumentano in quantità esponenziale attraverso le piattaforme social raggiungibili da p.c., cellulari e ormai anche da orologi. La differenza tra relazione e connessione pare sempre più sfumata e c’è da credere che un giorno scomparirà del tutto.

A nessuno, in teoria, piace essere trattato come un numero, ma tant’è: pare che all’atto pratico sia preferibile la cosiddetta prossimità virtuale, che ci rende una massa numerica di utenti tutti connessi ma in realtà perfettamente soli, che la vicinanza reale. Anche gli architetti hanno capito il trend e progettano spazi urbani e case sempre più sicure, recintate, anti infestazione, anti aggressione, perfino anti vicinato, mentre su internet, luogo pubblico virtuale spopola la privacy, la diretta 24 h della propria intimità.

I programmi Tv di culto tra cui spiccano i reality show fanno scuola insegnando che si è semplicemente dei numeri, che il gioco di squadra vale al solo fine di fare fuori più pedine possibili,  ma che in sé non premia perchè di fatto si è tutti nemici con un unico vincitore  finale. Poco importa se si è giocato sporco o pulito: a chi vince, spesso unicamente per meriti di immagine, si perdona tutto, anche il fatto di scomparire senza lasciare traccia a nemmeno una stagione dalla propria vittoria. Un bella differenza rispetto alla generazione degli anni’70 cresciuta a merendine e supereroi, ipnotizzata da cartoni animati con effetti speciali dove era sempre chiaro chi era il buono  e chi il cattivo, dove il gioco di squadra premiava tutti e il bene comune era un valore che generava alleanze, amicizia, capacità di sacrificio. Curioso e quasi commovente che su youtube, sotto una delle sigle più amate dei mitici Ufo Robot protagonisti di allora, campeggi laconico il commento di un utente: … “bei tempi, quando non volevamo essere famosi, ma volevamo essere eroi”.

All’inizio l’arte era un estro, un guizzo improvviso, manifestazione quasi irriverente di sfacciato talento, proclama di geniale diversità del singolo individuo contro qualsiasi omologazione di massa, punto di vista totalmente fuori dagli schemi,  un tempo nuovo che non era più presente ma non era ancora futuro. Si elogiava, come forse è giusto, chi pensava il “mai pensato”, chi creava, come un ipotetico dio, il “mai creato”. Oggi l’arte è esattamente il contrario: la ripetizione seriale del “già visto”, ossia uno schema codificato da ragioni di business, mitizzato da immagini patinate e glamour, come quelle trasmesse dai talent show televisivi, programmi studiati a tavolino, il cui successo è determinato numericamente dallo share. I programmi resistono, al contrario dei loro protagonisti che, spesso fotocopie l’uno dell’altro e privi di una vera personalità artistica, vengono divorati dalla macchina televisiva dell’audience che li spreme, li usa, li cancella o li vende al miglior offerente. Insomma tutti sono necessari, nessuno è indispensabile.

È l’era dell’ “homo consumens” di Bauman, ma in realtà già nel 1978 il premio Nobel per la Letteratura Solgenitsin indicava che il vero pericolo per la società occidentale era nel costante e incontrollato desiderio di avere sempre più beni e una vita sempre migliore, tendenza che dominando il pensiero umano, avrebbe finito per  tarpare le ali al libero sviluppo intellettuale e spirituale dai quali dipende anche il processo di creazione artistica. Solgenitsin affermò che: “Contrasti e conflitti spesso mortali hanno prodotto personalità più forti, più profonde e più interessanti, di quelle generate dagli standard del benessere occidentale”. Forse l’arte nasce sempre da un conflitto, forse è davvero la risposta alla disarmonia dei propri tempi e della propria psiche, forse per questo Dostoevskij diceva che la bellezza salverà il mondo. Nella società liquida che teme il conflitto, la paura, il dolore fisico, la bruttezza, il sacrificio, la diversità in tutte le sue forme e che in nome della ripetizione distrugge l’improvvisazione, che posto avrà mai l’arte se non quello di ancella del numerico share?

La modalità predominante di comunicazione, a causa del dominio assoluto dell’immagine, è la fotografia. I pochi veri fotografi devono muoversi su un terreno minato circondati come sono da immagini di ogni tipo scattate da chiunque: esistere equivale a farsi vedere. Un dato di ricerca testimonia l’aumento indiscriminato, nell’ultimo decennio, delle personalità narcisistiche con tutte le loro derive: l’individuo non vuole più esprimere se stesso secondo i propri talenti, vuole, molto più banalmente, esprimersi attraverso un’immagine, essere guardato. La complessa ricerca della propria personalità, documentata in passato da psicologi, filosofi, letterati, oggetto di racconti spietati nei diari privati degli adolescenti di un tempo, pare ridursi oggi ad un fermo immagine pubblico, il selfie, che talvolta sfiora il gusto dell’orrido senza alcuna pietà estetica. Farsi un selfie è più comodo e forse più “cool” che misurarsi con le sfide intellettuali di una società che, per altro, pare premiare questo atteggiamento solipsistico rimandando continue immagini di vip allo specchio.

Accettare l’angoscia esistenziale di un giudizio su quello che siamo e possiamo realmente fare che potrà dare solo il tempo non è come aspettare un immediato televoto: la personalità narcisistica non regge l’attesa e si spezzerà davanti alla prima negazione di immagine percependola come una negazione di valore. Destinato ad affogare nelle torbide acque della società liquida il narcisista non accetta il fallimento perché non gli è stato insegnato. Nei casi più gravi diventerà incapace di pensare ad un mondo senza di sé e lo annienterà se non avrà già annientato se stesso. Le sue sicurezze non derivano dal suo rendersi indipendente e capace di gestire opportunità e problemi, ma dall’omologazione ad un mondo dove la ripetizione seriale di immagini è il passepartout per l’accettazione “social”. Esperimenti psicologici sul rapporto tra giovani e nuove tecnologie effettuati nelle scuole hanno evidenziato come solo tre adolescenti su dieci sappiano resistere una settimana senza collegarsi ai social o a whatsapp. Il livello sta raggiungendo ormai quello di un’incontrollabile compulsione a condividere qualsiasi cosa lasciandosi consumare dagli sguardi altrui, elemento evidente nei fenomeni del bullismo via web con conseguenti tragedie.

Il narcisismo che impedisce alla libido di rifluire sull’altro determina l’impossibilità di relazioni affettive autentiche: da qui al grande successo del marketing sentimentale online il passo è breve. La quantità degli incontri si susseguono senza impegni definitivi, senza batticuori, senza decisioni estreme, senza improvvisazione. Le emozioni a gettone dei reality hanno un tale effetto catartico da estinguere il bisogno di emozioni personali e private. Ecco l’epoca degli amori modesti per dirla sempre con Bauman, in cui non si fanno giuramenti e dichiarazioni, non ci si lega le mani, si chiede di meno, ci si accontenta di meno e quindi l’ipoteca da pagare è minore, perché, per l’appunto, è sempre una questione di numeri e cifre. Perfino il tradimento, fa notare Bauman, è programmato e mediato nella società di oggi, paradossalmente privato di quell’emozione che proprio attraverso di esso si vorrebbe provare: i locali di scambismo, molto in voga in Francia, non fanno altro che controllare e razionalizzare la richiesta di trasgressione che diventa molto più tranquilla e protetta quando tutti sono complici e garantiscono rapporti sessualmente sicuri.

Il numero incombe sull’ossessione narcisista per eccellenza del nostro tempo: il corpo. Dalle palestre alle diete, agli alimenti sì e no, ai programmi tutti uguali e miracolosi delle beauty trainer che infestano i social con i loro numeri promettendo fenomenali perdite di peso. Il corpo esibito e perfetto che tutti dovremmo avere, per avere la certezza di essere ancora più uguali, cancella la discrezione del fascino. Il fascino, come l’amore e l’arte, è un nemico dichiarato della società post moderna perchè ha molto più a che fare con il mistero del singolo individuo, ossia con l’invisibile, che con ciò che si vede, con la diversità che con l’omologazione, con l’irripetibile non seriale.

Scrive Coehlo: “È grave essere diversi? ,“È grave sforzarsi di essere uguali: provoca nevrosi, psicosi, paranoie. È grave voler essere uguali, perché questo significa forzare la natura, significa andare contro le leggi di Dio che, in tutti i boschi e le foreste del mondo, non ha creato una sola foglia identica a un’altra”.





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