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IL TRONO DI SPADE. GLI INGREDIENTI DEL SUCCESSO

a cura di Lorenzo Poelosini
 

Da ormai sette anni e altrettante stagioni, Il Trono di Spade si è imposto all’attenzione del pubblico mondiale creando un successo televisivo senza precedenti. Non solo l’audience è il più alto mai registrato, ma il budget per ogni episodio della serie ha raggiunto i 10 milioni di dollari. Se David Benioff e D.B. Weiss (detti non a caso D&D) hanno di certo gran merito, tutto nasce dal genio calcolatore dello spietato, amabile George R.R. Martin. Le sue opere sono una partita a scacchi con lo spettatore, dove le aspettative sono costantemente ribaltate e stravolte. Anche quando ci sembra di aver acquisito una certa familiarità col suo stile, nessuno lo vede mai arrivare. Questa qualità è forse il motivo per cui l’autore è stato ironicamente associato alla Morte stessa. Ma c’è di più che mero senso del macabro nella penna di Martin e nel talento di D&D: una serie di elementi che hanno trasformato Game of Thrones nel più grande evento televisivo di questa generazione, superando infrangendo ogni tipo di barriera.

Partiamo dalle questioni più ovvie. Il Torno di Spade è un fantasy. La saga di Martin soddisfa, quantomeno all’apparenza, tutti i requisiti di una classica fiaba e si riallaccia alla tradizione dei miti antichi. È con Il Signore degli Anelli di Tolkien che queste storie tornano a riproporsi all’immaginario contemporaneo. Quello che rese straordinario il lavoro di Tolkien fu il realismo. Troppo a lungo le favole ci avevano trascinato in un universo di stregoni canterini ed elfi danzanti dove il Male che poteva essere sconfitto dai buoni sentimenti.

L’universo di Tolkien è tutt’altro. Certo, gli elementi della favola ci sono tutti, ma niente viene edulcorato. La morte e la malattia sono altrettanto tangibili così come nel nostro mondo e le battaglie sono tanto cruente e traboccanti fango e sangue quanto lo sbarco in Normandia. Perfino la magia assume un tono realistico. Ogni elemento soprannaturale ha un’origine, una logica e persino una scienza dietro di sé. Ne emerge un universo tangibile, parallelo ma non fantastico.

Ora, molti autori, fra cui Terry Brooks, si sono lanciati all’imitazione, mai riuscendo a replicare la magia. Questo ci porta all’ascesa di George R.R. Martin, il quale condivide con John R.R. Tolkien (forse non a caso) la doppia “R”. In superficie, la saga di Martin punta anch’essa alla fiaba. La storia è ambientata in un universo alternativo chiaramente medievale: castelli assediati, duelli con la spada e intrighi di corte fra re, dame, cavalieri e usurpatori. La storia principale è una lotta fra le famiglie nobili del regno per ottenere l’ambito Trono di Spade. In aggiunta, la trama include anche la magia: spade incantate, demoni, morti viventi e, soprattutto, draghi, l’emblema stesso del fantasy. Insomma, finora nessuna sostanziale differenza con la tradizione. Ma se questo fosse stato tutto ciò che Martin aveva da offrire, i suoi libri non sarebbero divenuti best seller, e la HBO non avrebbe mai prodotto la serie.

Per chi non avesse familiarità con la HBO, parliamo di un network che ha fatto dell’estrema qualità il suo marchio. In un mondo di case di produzione che puntano al soldo facile, la HBO è come un venditore al dettaglio. Insomma, parliamo di alta moda narrativa: storie politiche, realistiche, drammi storici per un pubblico adulto. Infatti, il presidente della compagnia Michael Lombardo esclamò a suo tempo: “siamo sicuri che [Il Trono di Spade] sia nello stile HBO?” L’unico motivo per il quale la saga di Martin venne accettata e divenne il suo più strabiliante successo è perché, sotto la sua superficie fantasy, la storia contiene tutti i temi adulti, politici e realistici esplorati dalla HBO.

Prima di tutto, lo strato fantasy è piuttosto sottile. Ispirato direttamente da Tolkien, ogni elemento magico è qui proposto in chiave iper-realistica. La magia è una forza misteriosa che è parte del mondo di Westeros come l’aurora boreale o le pietre di Stonehenge sono parte del nostro. La stregoneria è un fenomeno naturale antico, inspiegabile e morente (e inesplorato al pari dell’odierna materia oscura). Insomma, draghi e divinità esistono, ma non sono affatto lì per rendere la vita una favola. Anzi, essi sono indifferenti al fato dei mortali, sono il caos che trasforma il mondo in una “notte buia e piena di terrori”. Nella Terra di Mezzo, c’era oscurità, ma anche speranza e fede. In Westeros, gli eventi si susseguono senza un apparente scopo, la tragedia si abbatte sul giusto e sull’ingiusto inaspettatamente. Ciò fa sì che gli elementi adulti e politici dello show emergano attraverso lo strato di fantasy.

Per quanto lo show sia all’apparenza ispirato alla Guerra delle Rose fra Lancaster e York (qui Lannister e Stark, i primi leonini e passionali, i secondi freddi e acquariani), esso presenta commenti sociali e politici legati alla contemporaneità. Joffrey è associato a Trump e Daenerys a Bernie Sanders, drastico riformatore esterno allo status quo. Inoltre, Daenerys è anche la portatrice della bandiera del femminismo e del mutamento sociale in generale. Ed ecco qui un altro elemento di successo dello show. Da un lato, esso non si fa scrupoli a mostrare scene di nudo e sesso. Questo è stato spesso additato come oggettivizzazione della donna. Tuttavia, la serie mostra parimenti corpi maschili e femminili, per attirare ambo i sessi. Ma questa esposizione di corpi non è solo fine a se stessa. Essa definisce il realismo dello show. Il mondo di Westeros è un mondo di sesso violento e di abuso, dove ogni essere umano deve combattere per essere soggetto e non oggetto. Il viaggio di Daenerys da preda di guerra a regina rende la serie una lunga ascesa della donna alla posizione di potere.

Malgrado questo aspetto sociale, la natura fantasy dello show potrebbe ancora implicare uno stereotipo. Benioff esprime qui il vero segreto dietro il successo del Trono. “Ogniqualvolta troviamo uno scontro epico tra bene e male, esso diviene la storia più prevedibile del mondo, perché sappiamo tutti chi vincerà alla fine.” Se non fosse che, prima di tutto, come già affermato, la moralità è un concetto molto fumoso nel mondo Martin. Certo, chi ha da poco iniziato a seguire la serie potrebbe definire gli Stark come i “buoni” e i Lannister come i “cattivi.” Ma presto o tardi i primi mostrano freddezza, mentre i secondi rivelano la propria umanità. Anche quando un personaggio si sforza di mantenere la retta via, la sua moralità non lo protegge dalla morte. Basti pensare alle Nozze Rosse, il più grande shock televisivo del nostro tempo. Il lieto fine di colpo appare come un sogno impossibile, mentre l’incertezza morale e il caos si manifesta nella sua interezza. Se neanche i cosiddetti eroi possono garantirsi un lieto fine, allora siamo ormai in un reame alieno dove tutto può succedere. La favola comunemente associata al fantasy viene irrimediabilmente distrutta e la storia si sposta su una dimensione mai affrontata prima d’ora nella narrativa popolare.

Da un lato abbiamo l’imprevedibilità della vita reale come nel Neorealismo, dall’altro ci ritroviamo a guardare una metaforica partita di calcio. Infatti, la differenza fra essere spettatori sportivi o narrativi è che per seguire una partita basta conoscere le regole, mentre per seguire una storia occorre dimenticarci un fatto fondamentale: noi sappiamo che i buoni vincono sempre. Magari il protagonista si sacrificherà, ma non in vano, i due amanti forse moriranno ma il loro amore vivrà per sempre.

Ma uno spettatore sportivo non deve dimenticarsi di niente. Egli si imbarca in una partita allo stadio con la speranza nel cuore, ma sapendo che niente al mondo potrà mai assicurargli la vittoria per certo. La prospettiva della sconfitta è con lui fino all’ultimo secondo. Ed è proprio questo il bello! Questa imprevedibilità rende l’esperienza potenzialmente più intensa. E c’è di più. Tifiamo per una certa squadra per via di un senso di appartenenza, non perché quella sia “la squadra dei buoni”, né possiamo aspettarci una vittoria solo perché ci teniamo così tanto. Possiamo solo tifare con tutto il cuore e i polmoni. Questo avviene perché soltanto la vita ci appare spesso come una narrativa imparziale, dove la volontà umana è il solo motore degli eventi. Ma grazie alla freddezza narrativa di Martin, Weiss e Benioff, Il Trono di Spade finisce per possedere quella stessa imparzialità e imprevedibilità. Nessuna delle Case nobili di Westeros, così come nessun personaggio, è il più nobile o il valoroso, non c’è un eroe chiaramente prescelto. Ogni spettatore può scegliere il suo personaggio e la sua Casa di appartenenza. E badate bene, non ci identifichiamo con un personaggio perché ci viene presentato come buono o protagonista, ma solo perché ci somiglia nel bene e nel male. E a quel punto, iniziamo a tifare per lui e la sua Casa come tiferemmo per la nostra squadra.

Si aggiunga poi che i nerd, originario pubblico del Trono, non sono di norma interessati allo sport. Questo significa che il loro desiderio per l’imprevedibilità non è riscontrabile in alcuna delle loro passioni. Questo, in aggiunta all’iper-realismo, agli elementi fantastici, storici e politici, e ai personaggi sfaccettati, ha reso il Trono di Spade più di una storia, ma un vero e proprio evento epocale, al quale chiunque, in un modo o in un altro, può partecipare con quell’onesto affetto, onesto terrore e onesta trepidazione che mettiamo nella nostra stessa vita, sperando, e sempre e solo sperando, nella felice risoluzione degli eventi.

E visto che siamo ormai giunti all’alba della battaglia finale, e che l’ultima stagione sarà presto alle porte, non ci resta che ancorarci saldamente, come diceva il buon Ned Stark, e aspettare il tanto predetto Inverno tenendo accesa la nostra speranza.





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