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BLADE RUNNER 2049. LA REPLICA DEI REPLICANTI

a cura di Lorenzo Pelosini
 

Il seguito di Blade Runner è un oggetto controverso in ogni suo aspetto, dalla produzione, all’opinione pubblica fino al contenuto narrativo.

I mesi precedenti all’uscita di Blade Runner 2049 sono stati un’altalena di ipotesi contrastanti. La maggioranza dei critici statunitensi e europei si è espressa contraria all’operazione, e chi vi scrive si è associato a loro. Questo perché questo preciso tipo di reboot è un’operazione particolarmente controversa, qualcosa che, se volessimo parlare in termini religiosi, suona apocrifa o, per alcuni, persino blasfema. Tuttavia, le opinioni hanno iniziato a dividersi quando Warner Bros e Sony, qui associati nella produzione, hanno dichiarato che il regista della nuova pellicola sarebbe stato Denis Villeneuve. Originariamente, il ruolo sarebbe dovuto andare a Ridley Scott, rivoluzionario regista del primo film, ma il regista ha poi deciso di dedicarsi al reboot del suo altro capolavoro, Alien.

Scott è certo un veterano del visivo, ma è anche noto per aver perso il suo smalto narrativo negli anni. Villeneuve, viceversa, è un giovane rampante che ha tutta l’aria di voler imporre con decisione la sua visione. I suoi film precedenti, come il profondo The Enemy, Sicario e Arrival, uno dei migliori film di fantascienza intellettuale degli ultimi dieci anni, garantiscono al regista una straordinaria credibilità per affrontare i temi esistenziali, spesso oscuri, celati sotto la superficie fantascientifica di Blade Runner. Tuttavia, la mera presenza di un regista apparentemente adatto per il lavoro non era abbastanza. A produzione iniziata, l’opinione era ancora divisa, ed è rimasta tale fino a pochi giorni dall’uscita. La vera svolta è arrivata con i risultati del popolarissimo sito Rotten Tomatoes, da anni ormai il marchio di garanzia per un film in uscita. Con un voto complessivo formulato da diverse decine di eminenti critici, il sito dava al film un voto di 93%, un risultato più che straordinario, date le premesse.

Di solito la critica non ha un peso considerevole nel successo finanziario di un film, ma visto che Blade Runner è un film che ha valore quasi esclusivamente per i malati di cinema come il sottoscritto, Rotten Tomatoes ha portato al cinema la maggioranza del pubblico del film. Il quale però, non è stato tuttavia numeroso a sufficienza per garantire un successo finanziario.

Per quanto riguarda l’idea dietro questo sequel, la controversia si aggira attorno al fatto che l’originale Blade Runner è quello che gli Americani definiscono una bestia unica, una creatura inimitabile e quasi mitologica. A renderlo un capolavoro c’è un insieme di fattori non sempre chiari. Prima di tutto c’è l’eccelsa filosofia di Philip K. Dick, autore del romanzo Il Cacciatore di Androidi [Do Androids Dream of Electric Sheep? in originale]. Da sempre autore interessato alle controversie relative agli esseri umani che giocano a fare Dio con la tecnologia, Dick è stato forse il più abile a trasformare questo potenziale luogo comune in alcune delle più suggestive domande esistenziali mai poste dalla fantascienza. Per questo motivo, Dick è anche l’autore sci-fi più cinematograficamente sfruttato di sempre.

In questo caso, il tema è l’umanità e quello che esseri umani significa e comporta. A questo si aggiungono una serie di elementi che si incastrano quasi per magia. Per esempio, la musica di Vangelis, aliena a qualunque tipo di tonalità precedentemente sfruttata in un film mainstream, una tonalità a tratti armonica, a tratti stridente, ma sempre inafferrabile, complessa e ipnotica come il film stesso. Soprattutto, troviamo un Ridley Scott all’apice del suo potere visivo e suggestivo, un autore nettamente scorpionico, il quale, con l’aiuto del creatore di effetti speciali Douglas Trumbull (2001 Odissea nello Spazio), ci fa sprofondare negli abissi di una Los Angeles apocalittica, soffocante, un purgatorio di pioggia, buio, neon e carenza di contatto umano. Il film, anch’esso scorpionico, viscerale e profondo come il suo autore, ha praticamente creato il concetto stesso di cyber punk, un futuro sgradevole dove la tecnologia soffoca l’uomo anziché elevarlo. Ne risulta un film visivamente senza alcun tipo di precedente, rivoluzionario nella forma e commovente nel contenuto. I replicanti, prima visti come antagonisti del film, si rivelano struggenti creature Frankensteiniane e Prometeiche, alla disperata ricerca di un senso alla propria esistenza, troppo breve per poter essere davvero assaporata. Anziché vedere dei mostri, in essi, ci sorprendiamo a ritrovare noi stessi, in un monologo finale che non ha tuttora eguali nella fantascienza contemporanea. In breve, per quanto osservato con aliena diffidenza alla sua uscita, Blade Runner si è affermato nel tempo come un puro e semplice capolavoro.

Data questa premessa, l’opinione di chi vi scrive è che Blade Runner non sia un franchise. Opere come Star Wars sono nate per essere sfruttate ancora e ancora, come gli eterni archetipi del viaggio dell’eroe che essi sono. Il suo mondo è così vasto e i suoi personaggi così amati e numerosi che, per quanto la Disney ne stia abusando grandemente, l’operazione commerciale non sorprende affatto e non risulta fuori luogo, ma semplicemente abusata. Ma Blade Runner è tutto l’opposto. È un’opera unica, il cui scopo non è creare un mondo vasto e gradevole da esplorare o da espandere, quel mondo è solo un riflesso oscuro dell’animo umano, una pura metafora da trattare come tale. Non c’è traccia di intenzione commerciale in esso, solo il desiderio auto-concluso di porre una domanda sulla natura umana.

Per questo l’idea di creare un seguito suona estremamente apocrifa e anche piuttosto priva di scopo. Certo, ci sono stati seguiti che sono riusciti nell’impossibile ed hanno saputo elevare la storia originale nel più nobile dei modi, basti pensare a Terminator 2Il Giorno del Giudizio o all’Impero Colpisce Ancora. Ma qui si parla ancora di film commerciali. Malgrado ciò ho fatto del mio meglio per affrontare la visione con la mente aperta. Posso affermare di esserci riuscito e di essermi trovato per questo a cadere nel vuoto.

Con questo non voglio dire che Blade Runner 2049 sia un film del tutto vuoto, ma presenta di certo delle enormi lacune. Queste lacune, sia chiaro, non sono oggettive, ma solo relative all’inevitabile paragone col glorioso originale. Prima di tutto l’inizio del film è ben lontano dall’iconografica skyline di Los Angeles avvolta da un manto di fiamme e smog e alternata con l’occhio azzurro del replicante Roy in primissimo piano. Al suo posto abbiamo una sequenza di volo sopra un grigio paesaggio di campi. Decisamente bella dal punto di vista visivo, ma altrettanto dimenticabile. Sempre parlando del visivo, ci sono ben poche novità rispetto all’originale. Così come è già avvenuto per Jurassic World quando ha tentato di superare Jurassic Park nella spettacolarità, il primo film è talmente rivoluzionario nelle sue immagini assemblate tecnologicamente, che quella tecnologia non può ancora essere superata ma solo replicata e aumentata di dimensioni. Se Jurassic World ha aumentato dimensione e numero di dinosauri, Blade Runner 2049 aumenta gli scenari distopici.

Accanto alla Los Angeles già vista nel primo film, e ben poco cambiata, troviamo una sconfinata discarica ai suoi bordi, e una Las Vegas dai toni arancioni così eccessivi da far entrare il mal di testa. Ora, questi scenari sono certo relativamente creativi, ma non aggiungono nulla alle sensazioni e atmosfere già stabilite nel primo film: rovina, abbandono, sporcizia.

Lo stesso dicasi per la storia. Il protagonista stavolta è K, un replicante creato in laboratorio per cacciare altri replicanti. Questa ironia potrebbe suonare nuova, se non fosse per il fatto che Blade RunnerDirector’s Cut e Final Cut, le due versioni del film originale rimontate da Ridley Scott, sono costruite attorno all’idea che Deckard, protagonista del primo film, sia in realtà a sua volta un replicante che caccia i suoi simili senza saperlo. K deve svelare il mistero di alcune ossa di un replicante seppellite nel deserto. Per far luce sul perché quelle ossa sono tanto speciali, K dovrà partire alla ricerca di Rick Deckard (di nuovo interpretato dallo stoico Harrison Ford). La ricerca del vecchio mentore andato in esilio ricalca perfettamente la trama di Star WarsIl Risveglio della Forza, dove i nuovi protagonisti si uniscono per trovare il mitico Luke Skywalker.

C’è poi una delle parti più ammirate del film, e anche la mia preferita al livello personale, ovvero una struggente storia d’amore fra K e un ologramma dalla sensibile intelligenza artificiale. Ma ancora una volta, questa sotto-trama si rifà a un precedente capolavoro di fantascienza, ovvero Lei di Spike Jonze, tanto che la scena di “sesso” è palesemente ricalcata su una tragica sequenza del film di Jonze.

Infine, il tema principale (allerta spoiler!) finisce per essere l’arrivo di una figura messianica per liberare i replicanti dalla loro schiavitù, un bambino concepito miracolosamente da un replicante per natura sterile. Il fatto che il tema della figura messianica sia abusato nella narrativa contemporanea non è il problema principale. La vera controversia deriva dal fatto che Blade Runner non è una storia che parla di redenzione o speranza. I replicanti non sono schiavi in attesa di uno Spartaco o un popolo eletto in attesa di un Mosè. I replicanti sono semplicemente un’immagine più vivida della nostra stessa condizione di mortalità e della nostra costante corsa contro il tempo che si consuma. Ne risulta un’errata interpretazione del tema di fondo, che in qualche modo svaluta l’originale intenzione filosofica del primo film.

Malgrado tutto, la regia di Villeneuve mostra una straordinaria bravura, le sequenze aeree sono notevoli e l’uso dell’ologramma senziente che interagisce con l’ambiente altamente creativo. Ma anche a livello di regia, il film non convince. Villeneuve adotta il ritmo lento del primo film ma fallisce nel tentativo di essere altrettanto ipnotico e suggestivo. A questo si aggiunge anche la musica neutra e monotona del solitamente brillante Hans Zimmer che sostituisce il misticismo di Vangelis con singole note sostenute fino allo stridore.

Nel complesso, Blade Runner 2049 è, o sarebbe, un film di fantascienza di tutto rispetto, se non fosse per la responsabilità del titolo che gli grava sulle spalle. Forse, in un tempo meno legato ai seguiti e ai reboot, l’intero film avrebbe avuto una vita più dignitosa come creazione a sé stante. Ma legandosi così strettamente a uno dei più grandi capolavori del cinema di tutti i tempi, questo film risulta come un tentativo sfortunato di replicare e capitalizzare un’opera d’arte dalla relativa purezza, una Monna Lisa 2, che ritrae una donna nella stessa posa del capolavoro di DaVinci, ma fallisce nel replicare l’enigmaticità del suo sorriso, e ciò nonostante pretende di essere posta al fianco dell’originale sul muro del Louvre. L’ironia più dolorosa in questo è che l’anima del film originale consiste nel replicante Roy che riesce a dimostrarsi “più umano dell’umano,” mentre Blade Runner 2049 è di fatto un replicante in tutto e per tutto inferiore alla matrice originale, una mera imitazione di qualcosa di profondamente e veramente umano.





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