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ALLA FINE DI UN'EPOCA

a cura di Giovanni Pelosini
 

In occasione della recente scomparsa del regista Ermanno Olmi ho ricordato il suo film “L’albero degli zoccoli”, un’opera poetica e nostalgica del 1978, nella quale già si rimpiangeva la fine della civiltà contadina in Italia. Stanno lasciandoci, uno dopo l’altro, gli ultimi testimoni di in un’epoca ormai definitivamente tramontata: quei più che ottantenni che hanno vissuto la fine di un tempo in cui la maggior parte delle persone viveva in campagna, in famiglie numerose e patriarcali, secondo i ritmi millenari della natura, con poca istruzione e tanta cultura.

SOLO NOSTALGIA?

Quel mondo non esiste più, né potrà più esistere. Come sempre succede quando qualcosa finisce per sempre, rimane un’umana sensazione di vuoto e di perdita, una nostalgia che il tempo modulerà, miscelandola con le tante novità che il futuro offrirà.
Eppure, se parliamo con uno di questi anziani testimoni, ci racconterà di un’epoca ricca di valori tradizionali, cultura, sentimenti, umanità, ma priva di tutte quelle comodità che oggi consideriamo irrinunciabili. Le nuove generazioni non hanno che una pallida idea di come si potesse vivere privi di riscaldamento a metano, fornelli a gas, luce elettrica e acqua corrente in casa. Per non parlare della lavatrice, della lavastoviglie, del forno a microonde, dell’automobile, della televisione, del telefono, della connessione internet e, addirittura del cellulare!

Era proprio così: si usciva quotidianamente ad attingere acqua al pozzo o alla sorgente, si faceva scorta di legna per il camino o la stufa, si coltivava l’orto e si accudivano gli animali da cortile. Ogni famiglia era autosufficiente per quasi tutte le sue (poche) necessità. Oggi la giudicheremmo una vita di stenti e di fatiche. E allora perché sentiamo un grande vuoto al solo pensiero di quei tempi andati?

LA RIVOLUZIONE GLOBALE

Chi, per motivi anagrafici o per aver sentito narrazioni dei propri avi, ha ancora un ricordo della civiltà contadina di un tempo deve ormai prendere atto dell’estinzione di una cultura millenaria. Solo negli ultimi cinquanta anni ci sono stati più cambiamenti tecnologici e sociali di quanti il mondo occidentale ne abbia visti in diversi secoli di storia. Il recente progresso tecnologico, economico e sociale ha decisamente trasformato il modo di vivere dell’intero mondo. Lo stesso modo di pensare è cambiato radicalmente e velocemente, in pochi decenni. E con esso anche i valori di riferimento hanno subito una drastica rivoluzione.

LA FINE DI UN MONDO

Penso che in futuro gli storici valuteranno l’impatto evolutivo della rivoluzione industriale del XVIII secolo molto meno di quello delle rivoluzioni post-industriali che oggi sono in atto. La nostra generazione ha visto nascere la globalizzazione, la rivoluzione informatica, quella biotecnologica e tante altre novità, ma non le ha ancora viste svilupparsi nelle loro gigantesche potenzialità, e ancora non conosce quali inimmaginabili effetti potranno produrre nel terzo millennio.

Stiamo vivendo con una certa inquietudine un momento storico particolarmente destrutturante e complicato che ci fa percepire con intensità che un’epoca sta terminando, con tutte le incertezze relative alla prossima che sta nascendo: è letteralmente la “fine di un mondo”. Da qui le preoccupazioni diffuse di fronte alle inevitabili crisi dei sistemi complessi che si erano evoluti in lunghi secoli, le difficoltà dei governi di ogni Paese a gestire drammatici cambiamenti epocali con enormi problemi ecologici, climatici, demografici, migratori, sociali e politici, con risorse planetarie vitali a rischio, come acqua, suolo, minerali, combustibili, foreste, biodiversità. La crisi attuale è però soprattutto una crisi morale, che riguarda le persone, le famiglie, gli stessi valori umani fondanti la civiltà occidentale un tempo largamente condivisi.

LA CRISI DEI SISTEMI

Insigni studiosi dei sistemi complessi, come IlyaPrigogine e Ervin Laszlo, hanno enfatizzato gli attuali cambiamenti epocali auspicando un prossimo salto evolutivo dell’umanità grazie a consapevoli trasformazioni dei paradigmi correnti, prima di un altrimenti inevitabile drammatico collasso. Prendendo atto della necessità di un cambiamento radicale sistemico e globale, penso che dovremmo anche procedere coscientemente a un recupero dei princìpi fondanti la nostra società, a un restauro del nostro tradizionale patrimonio culturale, a una rifondazione condivisa dei valori di riferimento.

Sono proprio quei valori condivisi dell’antica civiltà contadina che ora ci mancano, sono i princìpi umani tradizionali del passato che potrebbero ancora illuminare come un faro il nostro cammino futuro.

Certi princìpi culturali della civiltà contadina sono rimasti quasi immutati per interi millenni, dal Neolitico fino al secolo scorso. Alla base di ogni civiltà ci sono sempre stati l’agricoltura e l’allevamento: i ritmi stagionali scandivano le medesime pratiche per secoli. Certo ci sono state guerre, invasioni, pestilenze, carestie, l’umanità ha visto crollare imperi e sorgerne di nuovi; sono cambiati i popoli, le classi dominanti, le dinastie, le monete correnti, le lingue, le religioni. Ogni cosa si è rinnovata, millennio dopo millennio.

Lo scorrere del tempo ha trasformato molte cose, ma i valori fondanti la civiltà basati sulla cultura contadina hanno continuato ad essere condivisi da tutti i popoli nel corso della storia. Perché tutti i popoli hanno sempre onorato la terra che donava loro nutrimento, e l’hanno trattata con dedizione e rispetto. Tutti i popoli, di ogni epoca, origine e tradizione, hanno sempre condiviso i princìpi universali della cultura contadina che sono stati alla base dell’evoluzione della società dal Neolitico fino a pochi decenni fa.

I BISOGNI DELL’UOMO

Oggi la civiltà post-industriale e tecnocratica sta dominando un mondo in cui l’umanità ha smarrito le sue stesse radici, un mondo devastato forse irrimediabilmente dallo sfruttamento di ogni tipo di risorsa. Rincorrendo il profitto, abbagliati dal luccichio del denaro, abbiamo perduto i princìpi umani e la stessa etica che ha permesso l’evoluzione della civiltà fino ad oggi, ma soprattutto stiamo perdendo la fiducia nel futuro.

Forse per qualcuno non sono nemmeno più evidenti quali siano i veri bisogni dell’uomo, che, malgrado tutto, è un animale che necessita di un suo habitat sociale e naturale.

Probabilmente qualcuno non sa più riconoscere in se stesso i simboli interiori ereditati dai suoi antenati. I retaggi di migliaia di generazioni vivono ancora in noi e ci chiedono di mantenere la nostra coscienza in contatto con la terra che ci ha nutrito e ci nutre.

I nostri antenati erano agricoltori per necessità e per sentimento, erano esseri umani che avevano l’opportunità di vivere a stretto contatto con la natura. Il loro comportamento si era evoluto in relazione ai ritmi naturali delle stagioni, della semina e della mietitura, e a quelli solari del dì e della notte, che scandivano tutta la loro esistenza.

Nonostante tutta la nostra tecnologia e il nostro moderno stile di vita, malgrado le radicali trasformazioni sociali che stiamo vivendo, soprattutto nelle metropoli, siamo ancora i figli di quei contadini. Abbiamo ancora le loro necessità, i loro sogni scritti nel nostro DNA.

Anche se nessuno più ricorda i buoi bianchi tirare l’aratro, i fuochi solstiziali, le celebrazioni del calendario sacro, le tradizioni popolari, anche se nessuno onora più la terra che lo nutre e lo sostiene, anche se nessuno comprende fino in fondo l’entità e l’importanza delle attuali trasformazioni sociali, il nostro stesso DNA sarà la memoria di ottomila anni di storia.

Si rifletta sul fatto che già nel sesto millennio a.C. le popolazioni neolitiche italiane avevano insediamenti stabili in cui le più antiche pratiche di caccia e raccolta erano strutturalmente integrate da agricoltura e allevamento. Questa antichissima cultura si basava essenzialmente sulla cooperazione familiare e plurifamiliare degli abitanti di un villaggio, sulla fiducia, sulla tradizione orale e sui miti fondanti l’insediamento, sui rapporti interpersonali e sul rispetto dei codici etici che li regolavano, sul rispetto degli anziani e della loro saggezza, sui rapporti con l’ambiente naturale e con le risorse disponibili che avevano carattere sacrale.

Nonostante gli innumerevoli cambiamenti preistorici e storici intervenuti in Europa, poche trasformazioni ci sono state fino al Medio Evo. L’urbanizzazione ha poi prodotto un notevole cambiamento nello stile di vita, che però non poteva incidere più di tanto nel 1900, quando solo il 14% della popolazione mondiale viveva nelle città. E ancora nel 1950 c’erano solo 83 città con un milione di abitanti in tutto il mondo. L’Italia rurale ha resistito più o meno fino a quel periodo, con le sue famiglie patriarcali dai numerosi figli che ancora abitavano nelle campagne.

Il 23 maggio del 2007 la popolazione urbana ha superato quella rurale, e ha continuato a crescere esponenzialmente. Ma già adesso quasi tutta la popolazione rurale del mondo è concentrata in Africa e in Asia: l’Europa contadina è solo un ricordo.

UOMINI URBANIZZATI

Fra pochi decenni si stima che quasi tre quarti dell’umanità vivrà in città, probabilmente megalopoli con sterminate periferie dove il degrado e la povertà si misceleranno pericolosamente alla mancanza di strutture educative e culturali adeguate. Questi enormi agglomerati urbani,che già esistono,in nessun caso potrebbero sopravvivere senza continui rifornimenti di risorse dalle sempre più sfruttate campagne circostanti: acqua, cibo, legname affluiscono senza posa dalle campagne alle città, e in senso inverso viaggiano tonnellate e tonnellate di rifiuti. Ma pochi hanno una corretta percezione di questo iniquo scambio, e pochissimi riescono a immaginarne la mostruosa entità.

Moltitudini mangiano cosce di pollo senza aver mai visto un pennuto razzolare in cortile. Altri non hanno la minima idea di come si produca l’hamburger che comprano quotidianamente. Centinaia di milioni di persone hanno una cultura astrologica senza aver mai avuto l’opportunità di vedere un cielo stellato a causa dell’inquinamento luminoso. Le nevrosi sono sempre più diffuse e gravi comportamenti sociopatici si registrano in misura sempre crescente: abbiamo motivo di stupircene?

In che modo si potrà vivere così privati delle nostre profonde radici? Quali nuovi valori sostituiranno quelli millenari ormai in via di estinzione?

Scrive Franco Santini (Casetta, Carmignani Editrice, 2017, pag. 75):

“Siamo stati testimoni di un progresso scientifico e tecnico straordinario al quale però non è corrisposta, a mio parere, una proporzionata evoluzione morale. Siamo stati sorpassati dagli aspetti materiali dell’esistenza. Pensiamo di essere ricchi per ciò che possediamo ma ci siamo dimenticati della nostra mente e della nostra interiorità. Dovremo provare, tutti insieme, a riappropriarci delle parti più autentiche di noi, delle nostre emozioni e della gioia rappresentata dal condurre una vita sociale attinente alla realtà, più semplice e più vicina a tutti gli altri esseri”.

I VALORI UMANI

Forse, quando Ermanno Olmi ci mostrava il vivere quotidiano delle famiglie italiane di un secolo fa, non lo faceva per semplice nostalgia. Quando le persone più anziane rimpiangono i “bei tempi” nei quali si beveva l’acqua delle fonti e il latte appena munto, si cucinavano i frutti dell’orto, si illuminava la casa con le candele, le lampade a petrolio o ad acetilene, ci si raccontavano eterne storie accanto al camino, si festeggiavano in compagnia i solstizi, la semina e la raccolta, quando tutta la comunità si sentiva unita e condivideva miti, valori e sentimenti, forse non è solo per nostalgia. Forse è perché questi ultimi testimoni percepiscono che l’umanità ha perduto qualcosa di importante lungo la strada del proprio progresso.

Oggi abbiamo bisogno urgente di nuove abilità per gestire questa metamorfosi sociale globale nell’ottica dell’universalità dello spirito umano e umanistico, ci serve un’etica che vada oltre i limiti del tempo, delle morali contingenti e dei moralismi, abbiamo necessità di recuperare alcuni antichi valori della tradizione e di sviluppare sempre più personali coscienze illuminate e consapevoli.

Per cogliere le grandi opportunità del progresso della società e per un più abitabile futuro ci servirà qualche elemento del passato.

Non so come potremo fare, ma penso che recuperare qualche sano principio letteralmente ecologico e autenticamente umano dell’estinta civiltà contadina potrebbe essere una delle strade percorribili.





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