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IL TEMA DELLA GUARIGIONE

a cura di Lidia Fassio
 

Come tutti sappiamo ed abbiamo sottolineato nell’articolo del mese precedente la malattia è legata a sconvolgimenti interni che derivano dalla perdita di contatto con la totalità che, pertanto, dovrà essere ritrovata se si vuole veramente “guarire”.

In effetti, bisogna per intanto mettere l’accento sul fatto che tutti noi possediamo quello che si chiama il  “guaritore interno”, un centro che può essere contattato e che può dare avvio a quei processi di autotrasformazione che possono portare alla guarigione.

Purtroppo viviamo in una cultura che dà una scarsissima importanza ai bisogni emotivi e ai sentimenti che sono invece una parte molto vitale che viene troppo spesso ignorata per cui, la malattia, può essere in grado di fare una funzione importante creando la possibilità di arrivare a consapevolizzare ciò che non è potuto accedere alla coscienza.

Mi piace molto una frase di un medico di cui non ricordo il nome, che sostiene che la malattia serve molto spesso a “dare il permesso” di adottare comportamenti che non si potrebbero mettere in atto se si stesse bene.

Questa frase è molto vera e trova conferma in ciò che dicono gli ammalati quando sperimentano che, ad un certo punto, anche se coercitivamente, si trovano a correggere quei comportamenti che per tantissimo tempo hanno impedito di porgere l’attenzione ai propri bisogni e alla propria autenticità.

Quando non si sta bene si finisce per imparare a sottrarsi dalle eccessive responsabilità che si adempiono  per questioni di insicurezza e di controllo, si lasciano andare le pressioni legate alle ambizioni, alla carriera e al lavoro e, si impara a non sentirsi in colpa nel momento in cui ci si prende cura di sé stessi, cosa che, ad alcuni, risulta estremamente difficile fare quando sono in salute.

Alcune malattie in particolare, vengono considerate vere e proprie possibilità di fuga da qualcosa che non si è mai avuto il coraggio di affrontare: come se la malattia fornisse un alibi per poter sgusciare da sovraccarichi lavorativi, o da doveri che non si è più in grado di rispettare: in questo modo ci si libera dal senso di colpa di dover ammettere che non si possono più reggere ritmi non più praticabili.

La malattia in questi casi sembra giungere come una vera opportunità ma bisogna fare attenzione a non cadere nell’ennesima trappola; infatti, quando si ottengono attenzioni perché si è in una fase difficile a livello di salute, si può correre il rischio che una parte di sé voglia guarire, ma un’altra, voglia in realtà restare malata per non perdere tutto ciò che ha ottenuto.

Abbiamo sottolineato spesso che la casa che si occupa della guarigione è la dodicesima che è la casa nettuniana per eccellenza.. casa in cui dobbiamo recuperare il senso di unità interno che, in parole povere, significa che parte fisica, psichica, emotiva e spirituale devono comunicare ed esprimersi pariteticamente, senza che l’una abbia il sopravvento sulle altre.

Se prendiamo in considerazione tutto ciò possiamo anche dedurre che nessuna medicina e nessun medico può guarire ciò che è scollegato dentro; dall’esterno possiamo solamente cercare di alleviare il dolore: le cure servono a lenire le sofferenze ma non possono “guarire” in quanto, la guarigione è un fatto prettamente interiore e personale che deriva dal ricontattamento del guaritore interno e dal cambiamento di qualcosa di profondo che sta dentro di noi che è ciò che ci ha allontanato dal nostro progetto e dal diamon che il Sé ha in serbo per noi.

La malattia ha il compito di farci riconoscere che dobbiamo cambiare atteggiamento di fronte alla vita; proprio per questo può essere vista come un significativo agente di trasformazione; quando siamo malati significa che la nostra psiche e il nostro corpo si stanno seriamente impegnando affinchè non possiamo più sottovalutare o ignorare certe necessità che sono diventate impellenti al punto da essere questione di  vita o di morte.

Spesso si tratta di sentimenti e di emozioni che non possono più essere ignorati o nascosti: magari continuiamo a stare dentro a situazioni per comodo, o per paura o peggio ancora per insicurezza o per mancanza di coraggio ed allora, piano piano ecco che la malattia sembra insinuarsi dentro di noi in modo da evidenziarci i bisogni legittimi che meritano di essere ascoltati.

E’ il corpo che si impegna con tutto sé stesso a richiedere particolari attenzioni e lo fa nell’unico modo che possiede che, a quel punto, diventa inequivocabile e non più trascurabile.

Spesso  ci viene richiesto semplicemente di guardare le cose da “una nuova prospettiva”: nelle malattie non gravissime, il più delle volte basterebbe chiedersi “cosa ci sta impedendo di fare la malattia” per comprendere dove stanno i nostri atteggiamenti sbagliati e cronicizzati; a quel punto, non è molto difficile comprendere quali potrebbero essere le correzioni che dobbiamo apportare al nostro quotidiano modo di esprimerci; ad esempio, se la malattia ci impedisce di muoverci, forse dobbiamo ragionare sul fatto che siamo troppo frenetici e che trascuriamo magari proprio il nostro “sentire”; magari ci buttiamo troppo spesso nella mischia per non ascoltare le voci che giungono da dentro; se la malattia ci impedisce di lavorare forse  ci vuole sottolineare il fatto che le nostre priorità non sono più valide perché stiamo dando troppa importanza al lato materiale della vita e trascuriamo invece quello che potrebbe essere il nostro “piacere e benessere”. Questa è la ragione per cui la malattia ci permette di domandarci qualcosa in più; a volte abbiamo bisogno di aiuto e magari per troppo tempo non siamo stati in grado di chiederlo; altre volte abbiamo bisogno di affetto e di coccole ma siamo così orgogliosi che non possiamo chiederlo se stiamo bene; altre ancora dobbiamo semplicemente riposarci perché siamo arrivati a livelli di stress inaccettabili. La malattia ci permette spesso di prenderci finalmente il tempo necessario per risolvere questioni mai affrontate in modo efficace.

Questa è la ragione per cui ognuno di noi deve poter comprendere il messaggio che la malattia ci vuole portare e, pertanto, deve occuparsi in maniera attiva del sintomo che è sempre in perfetta analogia con quanto di irrisolto e di non cosciente abbiamo accumulato.

La malattia serve a farci capire che non siamo ancora “liberi” di esprimerci e che siamo “ingabbiati” dentro a qualcosa; le gabbie ci separano dal senso di unità e, quando stiamo male è il nostro Se’ che non è più pronto a mediare con le nostre procrastinazioni e che ci spinge ad un cambiamento preciso e definitivo. Molte delle persone che guariscono da malattie così dette “incurabili”, riferiscono di avere letteralmente modificato il loro  modo di “sentire” e di avere imparato a rilassarsi e a godere di ciò che si è: questo è come se avesse dato scacco al loro sistema che è stato obbligato a cambiare drasticamente ciò che non era più all’altezza della loro crescita evolutiva.

Ancora una volta osserviamo che siamo noi in prima persona che possiamo “guarire”, tutto il resto può solo accompagnarci nel delicato percorso.





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