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SIMBOLI E MITI DELL'EUROPA UNITA

a cura di Giovanni Pelosini
 

Che cosa unisce nella profondità dell’universo simbolico questo continente che fu frammentato e devastato da guerre sanguinose per migliaia di anni? Che cosa lega popoli di lingue e religioni diverse, costretti in spazi angusti e separati da secolari pregiudizi?
Non certo l’economia e la moneta unica, che oggi vivono un momento contrastato e complicato dalla crisi economica.
Non la farraginosa burocrazia, che appare invisa alla maggior parte dei cittadini.
Né di certo l’unità incompiuta, priva di reale e concreta sovranità.
Molti dicono che i popoli europei sono uniti soprattutto dalla ragione, e dal sogno dei federalisti che avevano vissuto l’incubo della Seconda Guerra Mondiale, e che, con lungimiranza, immaginarono un continente finalmente pacifico perché unito politicamente.

Narra Ovidio di quando Zeus si trasformò in un bellissimo candido toro per sedurre e rapire la bella principessa fenicia di nome Europa. Stava la ragazza sulle spiagge delle terre asiatiche governate dal padre Agenore, conosciute allora come Sidonia e oggi chiamate Libano, quando vide il re degli Dei nelle sembianze di quel magnifico toro (Metamorfosi, II, 836-875):

“Il colore è proprio quello della neve non calcata dalla pianta di un duro piede, non sciolta dall’Austro piovoso. Il collo è rigonfio di muscoli, dalle scapole pende la giogaia. Le corna, è vero, sono piccolette, ma così ben fatte che potresti sostenere che son fabbricate a mano, e sono più diafane di una gemma pura. Niente di minaccioso nella fronte, e lo sguardo non mette paura. Un muso tutto pace. La figlia di Agenore lo guarda meravigliata: è così bello, non ha affatto un’aria battagliera. Dapprima però, anche se è tanto mansueto, ha timore di toccarlo. Poi gli si accosta e gli tende dei fiori verso il candido muso. Gode l’innamorato, e, in attesa del piacere sognato, le bacia le mani. E ormai a stento, a stento rinvia il resto, ed ora giocoso saltella attorno sull’erba verde, ora distende il fianco color di neve sulla rena bionda. E dissipata a poco a poco la paura, ora le offre il petto perché lo palpi con la sua mano virginea, ora le corna perché le inviluppi di ghirlande appena intrecciate. A un certo punto la figlia del re si azzarda a sedersi sul dorso del toro, senza sospettare di chi sia in verità. allora il dio, allontanandosi con fare indifferente dalla terra e dalla spiaggia asciutta, comincia a imprimere le sue false orme sulla battigia, poi va più avanti, poi si porta via la preda sull’acqua in mezzo al mare. Lei è piena di sgomento, e si volge a guardare la riva ormai lontana. La destra stringe un corno, la sinistra è poggiata sulla groppa. Tremolando le vesti si gonfiano alla brezza”.

Così avvenne il gioco sottilmente erotico che condusse al rapimento di Europa, che quindi fu condotta dal toro divino in occidente fino all’isola di Creta, dove generò il re Minosse, e, tramite lui, i più antichi fra gli europei.
Grazie a un inganno e a un gioco seduttivo, la vergine Europa lasciò l’oriente per attraversare il Mediterraneo: questo antico mito ci parla forse della genesi culturale dei popoli europei, del loro lontano retaggio asiatico. Certamente questo mito ci ricorda l’antica ritualità delle cerimonie dei rapimenti, le religioni matriarcali, le dinastie matrilineari, i culti della Grande Madre, e della Dea Luna, che tanto è simile alle corna bovine.
Si spiega così anche la tradizionale attribuzione del continente europeo al segno astrologico del Toro, così legato alla terra, così conservatore e attaccato alle comodità del cosiddetto welfare, così concreto e sensuale. 

Qualcosa di questa antica attribuzione rimane anche nella attuale bandiera dell’Unione Europea: un drappo blu scuro con dodici stelle dorate in un cerchio unitario. Contrariamente a quello che alcuni pensano, il numero dodici non è legato agli Stati costituenti né a quelli membri, ma pare essere invece un simbolo della corona di stelle che orna la Madonna e che emblematicamente sovrastava il capo delle antiche Dee delle religioni precristiane. Le Dee Madri erano celebrate con il Sole nel Toro, proprio in maggio, il mese delle rose, il mese sacro prima ad Afrodite-Venere e poi a Maria, la Stella Maris del Mediterraneo. Le stelle d’oro della bandiera europea hanno cinque punte, e non a caso la stella a cinque punte, il Pentacolo Aureo, era un simbolo di Venere.

È così sublime il simbolo della corona di dodici stelle a cinque punte, quanto curiosa e complessa la sua scelta moderna. Gli Stati membri riuscirono a bisticciare anche sulla bandiera, e soprattutto sul numero delle stelle, che, per motivi diversi, sembrava spesso sconveniente all’uno o all’altro. Si volevano evitare anche simboli religiosi, e di certo nessuno pensò all’iconografia tradizionale della corona della Madonna (o, se lo fece, pensò bene di tacere) quando finalmente, nel 1955 fu fatta la seguente solenne dichiarazione:

“Sullo sfondo blu del cielo del Mondo occidentale, le stelle rappresentano i popoli dell'Europa in un cerchio, simbolo di unità… proprio come i dodici segni dello zodiaco rappresentano l’intero universo, le dodici stelle d’oro rappresentano tutti i popoli d’Europa - compresi quelli che non possono ancora partecipare alla costruzione dell’Europa nell’unità e nella pace”. 

Tutti i popoli d’Europa quindi, e tutto l’universo, possono riconoscersi in questo simbolo di unione.
Una unione però che lentamente si va realizzando da più di mezzo secolo, ancora molto distante dal sogno iniziale degli Stati Uniti d’Europa; e che invece sempre più somiglia, specialmente negli ultimi anni, a un aggregato eterogeneo di individualità gelose della propria sovranità e burocraticamente complicato.

Gli Stati europei hanno perso negli anni l’occasione di diventare qualcosa di diverso e di più coeso come era nel sogno dei primi europeisti, soprattutto prima dell’allargamento conseguente al dissolvimento del blocco orientale. Il numero dei membri attuale è elevato, e spesso la ricerca dell’unanimità ha portato alla paralisi politica e decisionale. Si è privilegiata la quantità, ma non la qualità della coesione. Se, quando ne aveva l’opportunità, l’Unione Europea fosse stata più audace nel perseguire una autentica unione politica e sociale, e non solo economica e monetaria, oggi forse i movimenti nazionalistici e antieuropeisti avrebbero meno motivi di esistere.
Ma la storia è andata così; e oggi abbiamo un organismo che è soprattutto espressione di un mercato sovranazionale governato dalle banche più che dai popoli. Particolarmente è mancata in molte occasioni, e manca, una Europa capace di parlare con una sola autorevole voce in politica estera, e all’occorrenza capace di avere intenzioni unitarie su temi importanti come la difesa.

Molto si è fatto nell’ottica dell’unione culturale, specialmente con il progetto Erasmus, affinché i giovani cittadini si sentissero sempre più europei, ma la globalizzazione imperante, le crisi economiche e finanziarie, gli interessi delle grandi potenze mondiali, i conflitti ai confini, i populismi nazionalistici stanno purtroppo giocando una partita dal futuro assai incerto per il vecchio sogno di Schumann e De Gasperi.
Anche il voto diretto di tutti i cittadini dell’Unione per il Parlamento Europeo non ha quasi mai assunto il ruolo che avrebbe dovuto avere, evidenziando invece la distanza fra i sentimenti, le esigenze e le istanze dei popoli e dei cittadini e la scarsa efficacia delle competenze dei parlamentari.
L’Unione Europea oggi non è propriamente una confederazione, né tanto meno una federazione di Stati; e lo scetticismo crescente in molti Stati membri fa seriamente dubitare che lo possa diventare mai.

Il clima di protesta, scetticismo e disillusione nel quale i cittadini stanno votando in questa tornata elettorale continentale del 2014 fanno ben capire che l’Europa si trova probabilmente a un punto di svolta cruciale della sua lunga e travagliata storia. Dopo queste elezioni probabilmente molte cose dovranno cambiare.

Le dodici stelle d’oro nel cielo sono un simbolo di unione e di perfezione, ma l’Europa finora ha realizzato un’unione imperfetta e piena di compromessi al ribasso. Sono milioni gli europei che pensano giustamente che qualcosa debba cambiare: alcuni pensano sia il momento di accelerare, altri che sia meglio tornare indietro, e uscire dalla UE.
Eppure confondere gli incompleti e insoddisfacenti risultati con l’ideale europeo è probabilmente un errore: l’Unione Europea ci ha comunque donato il periodo di pace e di prosperità più lungo della storia, e rappresenta ancora forse l’unica possibilità e speranza per i Paesi membri di poter sopravvivere nel mondo globalizzato e ipercompetitivo di oggi (e di domani), pur di fronte a un inevitabile storico declino continentale dopo secoli di centralità.
Non è un caso né un fatto di poco conto il Premio Nobel per la Pace attribuito all’Unione Europea nel 2012 perché “per oltre sei decenni ha contribuito all’avanzamento della pace e della riconciliazione della democrazia e dei diritti umani in Europa”.     

Si dice che l’eroe balcanico Giorgio Castriota Scanderbeg, dopo aver combattuto per decenni contro gli invasori ottomani, e aver impedito, forse più di chiunque altro nel XV secolo, la conquista dell’Europa da parte dei turchi, sul letto di morte abbia convocato i figli. Fattosi portare una fascina di legni sfidò tutti loro a spezzarla. I figli provarono inutilmente a rompere il fascio, e quindi osservarono il genitore morente che, dopo aver slegato i legni, li spezzò uno a uno facilmente. Scanderbeg lasciò così il suo ultimo messaggio ai discendenti: se volevano resistere e restare indipendenti, dovevano restare uniti; separati sarebbero stati sconfitti uno dietro l’altro.

Un monito che i popoli europei dovrebbero ricordare, soprattutto ora che le spinte centrifughe sembrano vincenti e convincenti. I 28 Stati membri dell’Unione Europea possono e devono cambiare le tante cose che non hanno funzionato nel passato, migliorare saggiamente il presente, per avere ancora un futuro e un ruolo nel mondo.





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