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IL POTERE DEL FUOCO

a cura di Giovanni Pelosini
 

Nella grande epopea del Signore degli anelli di J.R.R. Tolkien si combatte una grande battaglia fra gli umani e la corruzione insita nel potere. Il Signore Oscuro di Mordor domina le menti deboli e ambisce al dominio totale della Terra di Mezzo, una volta recuperato un anello di grande potere magico, che maleficamente corrompe i suoi stessi proprietari.
Quando un gruppo di coraggiosi si muove in alleanza con gli Elfi e con i Nani per distruggere l’anello, origine stessa del male, gli uomini cercano l’aiuto delle creature più vicine agli antichi spiriti della natura. Gli eserciti del Signore Oscuro invece sono orde di orchi forgiate in sotterranee officine. Qui armi di acciaio e mostruosi guerrieri privi di cuore sono prodotti da una primordiale tecnologia in una catena di montaggio che necessita di enormi quantità di energia: per questo intere foreste di alberi millenari sono distrutte e divorate dal fuoco delle fucine.

È il simbolico scontro fra l’umanità e la sua stessa technè: da una parte ci sono gli uomini valorosi, legati alle antiche tradizioni contadine, alle aristocrazie feudali, alle creature mitologiche che vivono nei boschi, agli spiriti della natura; dall’altra i mostri, orchi barbari e distruttori, creature artificiali nate dalla magia oscura e dalla tecnologia. Natura contro tecnologia, uomini contro macchine, passato contro futuro, primordiale purezza contro moderna corruzione.  

Tutto cominciò, raccontano i miti, con Prometeo.
Quando ancora l’umanità era priva di ogni conoscenza, se non addirittura della consapevolezza della sua stessa esistenza, si viveva come gli animali selvatici. Prede delle fiere, indeboliti dalla fame e dal freddo, impauriti da ogni rumore della foresta, i nostri antenati erano “scimmie nude” in perenne ricerca di cibo e di ripari improvvisati: la terra era un immensa distesa di luoghi inospitali e pericolosi, le notti erano lunghe avventure di terrore e di morte.
La natura avrebbe presto visto estinguersi quegli esseri deboli, privi di zanne e di artigli, e incapaci di muoversi agevolmente nell’oscurità. Tutti gli Dei si mostravano indifferenti alla sorte di quegli esseri inferiori, ma il titano Prometeo ne ebbe pietà. Nonostante il decreto di Zeus-Giove che vietava assolutamente di interferire, Prometeo insegnò agli uomini ad accendere e usare il fuoco, dando l’avvio alla prima grande rivoluzione tecnologica della storia.

Il dono di Prometeo rese per la prima volta i nostri antenati in grado di prevalere in modo artificiale contro le forze avverse della natura. Non più animali soggetti alle dure leggi della selezione naturale, ma uomini, prossimi signori assoluti del pianeta!
Nacque così la tecnologia. L’uomo cominciò a crescere in ogni conoscenza, costruì artefatti sempre più complessi, si impadronì rapidamente di ogni spazio, di ogni risorsa, di ogni potere. Presto si sentì invincibile, come e più degli arroganti Dei che lo avrebbero voluto ancora suddito. Schiavizzò i suoi simili e ogni altro essere vivente, consumò tutte le risorse a disposizione, studiò persino modi ingegnosi per allungare la propria vita, magari per vivere in eterno: l’ultima scoperta che lo renderebbe davvero come gli Dei!

L’uomo divenne sempre più avido di potere, e insensibile a tutto, persino alla sorte del povero Prometeo, che, per la sua colpa, fu incatenato sui monti del Caucaso, e condannato per l’eternità ad avere ogni giorno il fegato divorato da un’aquila.
Per amore dell’umanità Prometeo le aveva donato la luce del fuoco, il suo calore e il suo immenso potere. La ribellione contro il divieto divino ricorda l’angelo Lucifero, anch’egli un ribelle “portatore di luce”. Ma fu davvero un dono?
Avevano forse ragione gli Dei a negare quel dono a chi non aveva ancora la coscienza per farne un uso saggio? Come tutti concordano, i genitori accorti evitano di far giocare i bambini con i fiammiferi.

Indubbiamente lo sviluppo tecnologico ha dato vantaggi incommensurabili all’umanità, svincolandola da molti bisogni, ma l’ha anche allontanata dalla sua origine naturale.

Grazie alla tecnologia, già da molte generazioni, l’uomo si protegge dal freddo in inverno e dal caldo in estate, non soffre la fame anche se non va a caccia ogni giorno, e, se vuole, vive sempre circondato di luce, sia di giorno che di notte.
E dopo il fuoco, mille altre tentazioni luciferine hanno portato a mille altre stupefacenti innovazioni tecnologiche.

Il prezzo pagato? La perdita dell’antico legame con la natura, la dimenticanza di averne fatto parte, la superba convinzione di poterne fare del tutto a meno. La luce rischiara, ma può anche abbagliare: oggi un terzo dell’umanità non riesce a scorgere la Via Lattea nel cielo a causa dell’inquinamento luminoso delle città.
Eppure Prometeo aveva donato con amore la più grande opportunità al genere umano, giudicandolo degno di tale potere, non più un bambino a cui negare i fiammiferi. Ma poi l’uomo ha sviluppato le sue capacità tecnologiche con maggiore rapidità di quanto abbia evoluto la sua consapevole coscienza; e oggi il problema principale consiste soltanto nel sapere se sia finalmente uscito dalla sua “adolescenza tecnologica”. 

Quella luce del fuoco che Prometeo-Lucifero ha donato, per Mefistofele è come il “lume celeste” della ragione, che rende l’uomo “più bestia di ogni bestia”. L’umana ragione stessa, anche nel Faust di Goethe, sembra essere lo strumento demoniaco che più può corrompere l’atavica purezza umana. Per questo il diavolo Mefistofele decide di tentare Faust, medico, scienziato e filosofo per niente dedito al male, ma uomo annoiato dalla vacuità dell’esistenza e della sua stessa vana conoscenza, e perciò curioso e desideroso di conoscere sempre più, magari grazie alle arti magiche trovate in un antico grimorio.
Mefistofele corrompe il dottor Faust rendendolo di nuovo giovane, capace di mentire e di sedurre belle ragazze, accolto nelle corti dei regnanti: tutto può fare il filtro di una strega. E Faust sembra cadere in ogni diabolico inganno.

Nello stesso modo in cui Faust è corrotto da Mefistofele, l’uomo moderno può essere sedotto dalla tecnologia, sempre più in grado di soddisfare immediatamente ogni suo bisogno, reale e virtuale. Soprattutto virtuale, però, con il sempre galoppante sviluppo dovuto soprattutto alla rivoluzione informatica. Oggi tutto sembra possibile, tutto si può ottenere con un semplice click, ogni sogno diventa realizzabile nel mondo virtuale.

Potrà salvarsi l’uomo moderno o perderà la propria anima in questo vasto e superficiale mondo dell’immagine, preda di diaboliche tentazioni?

Nonostante le trame del diavolo, Faust alla fine si salva, poiché il suo più ardente desiderio non è mai stato quello di godere di effimeri e carnali piaceri, ma quello di tendere al cielo, aspirando all’infinito, al grande mistero della vita.
Esiste dunque una tentazione finale, evolutiva, che ci spinge verso l’infinito, e che niente ha di “bestiale”. Gli animali non ne hanno bisogno, perché già sono perfetti così, ma l’uomo non può più farne a meno dal giorno in cui sviluppò la ragione acquisendo il potere del fuoco.

Anche l’uomo potrà salvarsi come Faust, malgrado tutto, se non perderà quest’ultimo “divino” desiderio di ascesi, questo nostalgico amore per le stelle, sempre meno visibili nel cielo rischiarato dalle luci artificiali e dall’atavica paura del buio.





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